Diritto di resistenza

24 06 2008

Cinque e ventisette del mattino, Milano, zona quasi periferica, fine metrò gialla.

Suona la sveglia e per un attimo resto a godere un rivolo d’aria fresca che, non si sa come, riesce ad infiltrarsi in camera. Giù dal letto di corsa perchè stamattina abbiamo deciso di partecipare ad un presidio organizzato contro lo sgombero di una casa occupata.

Sarà l’aria delle sei meno dieci, sarà il buon caffè del bar amico, sarà la temperatura dopotutto accettabile, ma Milano regala qualche istante limpido sul cavalcavia di Viale Marche.

Si, anche questo è importante, perchè serve a comprendere la situazione ed il motivo per cui, seduta nel punto di ritrovo, gustando con piacere la colazione approntata per i convenuti ed aspettando l’arrivo dell’ufficiale giudiziario, il pensiero si sia lasciato trasportare alle immagini de “La strategia della lumaca”.

Trovo, splendida pellicola colombiana, diretta nel 1993 da Sergio Cabrera, per la cui trama e notizie correlate rimando alla pagina di Wikipedia (solo in spagnolo)

Ecco, credo che anche questo post suonerà, alle orecchie dei più, palesemente off-topic.

In verità, la riflessione stimolata è molto più inerente: quello che accadeva stamattina era importantissimo per un ordine di ragioni molto semplici. Portare i propri corpi stiracchiati, gli occhi stropicciati ma attenti e la propria disponibilità in quel luogo significava e significa affermare non solo la necessità, ma la correttezza di violare talvolta le norme che reggono l’ordinamento sociale in cui viviamo, per affermare due cose fondamentali: l’accessibilità di diritti primari (nel caso in specifico, quello ad avere un tetto, ma non mi fermerei qui) e, appunto, la facoltà di soprassedere sul dettato scritto con cui una comunità sociale ampia (quella nazionale qui) si è dotata di regolamenti. Regolamenti, beninteso, che un’altrettanto ampia comunità (nel caso, quella di chi non può permettersi un affitto nella città in cui sceglie di vivere, lavorare ecc.. perchè quella città non offre affitti compatibili con un realistico reddito medio) riconosce inidonei a garantire una vita libera e dignitosa.

Le domande che restano tornando verso casa sono due: rispetto ad una realtà come quella italiana, quali sono i confini che dettano la facoltà di una comunità, ampia ma non totale, di soprassedere legittimamente ad alcune norme non solo  scritte, ma condivise da un’altra ampia area della comunità totale?

Volgendo lo sguardo invece più in là, è possibile che trasmettere la correttezza di scelte e pratiche di questo tipo renda più comunicabile e condivisibile una delle ragioni che ci sta più a cuore: la correttezza e la legittimità per il popolo colombiano di esercitare, nelle forme che abbiamo incontrato e che abbiamo cercato di riportare in Italia, lo stesso diritto di resistenza?

Forse non è del tutto off-topic..

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