Indy-Colombia: E le altre vittime? Le altre atrocità?

19 02 2008
Rodrigo Uprimny, direttore di DeJuSticia (*), argomenta che la giusta condanna della pratica del sequestro da parte delle Farc non deve rendere invisibile le altre vittime e gli altri carnefici.

 

dsc_15350001.jpgLe prove di sopravvivenza dei sequestrati in mano alle Farc sono risultate anche prove di ignominia, poiché hanno mostrato quello che già si sapeva: le terribili condizioni in cui vivono i sequestrati. Era quindi naturale che queste prove risvegliassero la sensibilità dei cittadini e che provocassero proteste contro i sequestri delle Farc, una pratica che è totalmente inaccettabile.

Però l’indignazione cittadina contro il sequestro e la protesta contro le Farc, pienamente giustificata, divengono moralmente e politicamente problematiche quando non si accompagnino ad una condanna ugualmente vigorosa delle altre atrocità che si verificano in Colombia. E la ragione è semplice: le Farc non detengono il monopolio in fatto di crudeltà nel nostro paese.

Negli ultimi due anni, le versioni libere di alcuni capi paramilitari che hanno aderito al processo di smobilitazione, il processo della “parapolitica”, la riesumazione di centinaia di fosse comuni e le numerose condanne della Corte Interamericana contro la Colombia, hanno dimostrato che le denunce delle organizzazioni nazionali ed internazionali dei diritti umani contro il fenomeno del paramilitarismo erano inesatte: erano troppo leggere.

Oggi è chiaro che negli ultimi vent’anni, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’90, migliaia di colombiani furono massacrati dai gruppi paramilitari, diventando spesso “desaparecidos”. Questi gruppi, in più, hanno potuto contare sulla complicità degli alti comandi della Forza Pubblica e delle elites politiche ed economiche.

Un solo esempio: nella sua libera dichiarazione dell’ottobre dell’anno scorso, il capo paramilitare HH confessò che in soli due anni (1995 e 1996), solo in una piccola regione del paese (i quattro municipi dell’Urabà antioqueño), il suo gruppo paramilitare, agendo con la complicità dei capi militari della zona, assassinò tra le 1200 e le 1500 persone.

Se però questa cifra, oltre al dolore che esprime, non dovesse commuovere il lettore, lo invito a leggere una qualunque delle recenti decisioni della Corte Interamericana contro la Colombia, che descrivono in concreto le atrocità commesse. Per esempio, nella sentenza di Ituango, questo tribunale riconosce che tra il 22 ottobre e il 12 novembre 1997, nell’Aro, “un gruppo paramilitare che si mosse per alcuni giorni a piedi con l’aquiescenza, la tolleranza, o l’appoggio di membri della Foza Pubblica” assassinò numerose persone, dopo averle torturate.

La Corte descrive così uno dei crimini: “il signor Marco Aurelio Areiza Osorio, commerciante di 64 anni, fu obbligato a seguire i paramilitari che lo accompagnarono nelle vicinanze del cimitero, dove lo legarono e lo torturarono fino ad ucciderlo. Il suo corpo presentava segni di tortura agli occhi, alle orecchie, al petto, agli organi genitali e alla bocca”.

La dimensione dell’orrore paramilitare non è solo confermata a livello giudiziario: oggi è totalmente pubblica.

Queste atrocità, però, non ricevono lo stesso ripudio da parte della cittadinanza, dei crimini delle Farc. Esiste una sorta di asimmetria morale della reazione della popolazione urbana, che protesta in massa contro le Farc ed i sequestri, ma che si mostra molto più silenziosa di fronte all’orrore paramilitare

Esistono alcuni fattori sociologici che potrebbero spiegare questa asimmetria: le vittime dei paramilitari di solito sono contadini e coloni poveri, che non hanno voce politica altrettanto forte delle vittime della guerriglia; la percezione, totalmente errata, che il paramilitarismo sia stato debellato mentre al guerriglia continua ad operare; le Farc tendono a minacciare gli abitanti delle città mentre i paramilitari pretendono di apparire come loro protettori; le complicità che i paramilitari hanno intrecciato in questi anni assicurano loro appoggio politico in alcuni settori; le stesse reazioni del Governo, che condanna molto più duramente le atrocità della guerriglia dei crimini dei paramilitari contribuiscono allo sviluppo di questa asimmetria, etc..

Che questa asimmetria, però, possa essere spiegata non significa che sia giustificabile. Essa è inammissibile, poiché implica una sorta di gerarchia tra le vittime. Le vittime dei paramilitari e di alcuni agenti statali ed i loro familiari soffrono in silenzio, mentre le vittime della guerriglia ricevono una maggiore attenzione da parte dei media e delle autorità. O, peggio ancora, alcuni sembrano ammettere implicitamente che le atrocità dei paramilitari siano un “male minore” per potersi liberare di quello che molti vedono come il “male maggiore”, ovvero la guerriglia.
Queste teorie sono inaccettabili ed esprimono una profonda debolezza etica e politica della nostra democrazia. Dobbiamo superare questa asimmetria, essere solidali con le vittime di tutti gli attori armati e condannare tutte le atrocità.

Le considerazioni di cui sopra non significano che non dobbiamo protestare contro il sequestro: il dolore dei sequestrati e dei loro familiari merita tutta la nostra partecipazione e la nostra solidarietà; ed è importante che la cittadinanza esprima la sua condanna alle Farc ed a tutte le altre organizzazioni che ricorrono a questa pratica disumana. Questa giusta condanna non deve però far passare sotto silenzio le atrocità compiute dai paramilitari e da alcuni agenti statali, né la terribile sofferenza delle loro vittime e dei familiari di queste.

In questo contesto, la marcia del prossimo 4 febbraio contro le Farc e contro il sequestro, convocata tramite internet ma appoggiata dal governo e dai grandi media di comunicazione, non manca di risultare ambigua, per l’insistenza dimostrata da parte dei suoi organizzatori nel limitare la condanna espressa, alle Farc e al sequestro.

Volendo fugare ogni dubbio, è molto positivo che in Colombia, paese caratterizzato da un’enorme difficoltà a creare mobilitazioni collettive e da una certa indolenza di fronte alla sofferenza delle vittime, la cittandinanza rifiuti in massa le atrocità compiute da uno degli attori armati. Però, se noi colombiani ci limitiamo a protestare contro il sequestro e le Farc, andrà accentuandosi l’inaccettabile asimmetria nella risposta cittadina di fronte alle vittime e alla violenza.

Non possiamo ribellarci unicamente alla crudeltà delle Farc.

Da noi, come cittadini, dipenderà quindi che la marcia del 4 febbraio accentui questa sgradevole asimmetria, o che, al contrario, si muti in un passo importante per la conformazione di un ampio movimento sociale che, condannando le atrocità, da qualsiasi parte provengano, fortifichi la nostra precaria democrazia.
* Il Centro di Studi di Diritto, Giustizia e Società –DeJusticia– (www.dejusticia.org) è stato creato nel 2003 da un gruppo di professori uniersitari, al fine di contribuire al dibattito sul diritto, le istituzioni e le politiche pubbliche, creando alla base studi rigorosi che promuovano la formazione di una cittadinanza senza esclusioni e la permanenza della democrazia, dello Stato Sociale di diritto e dei diritti umani

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4 responses

19 02 2008
20 02 2008
Roberto

vorrei segnalare in proposito la marcia del 6 marzo indetta dal MOVICE (movimento delle vittime del terrorismo di stato) contro i massacri di civili perpetrati dalle forze paramilitari, quelle stesse forze che parteciparono entusiaste alla marcia del 4 febbraio scorso.
saluti, Roberto

20 02 2008
diariocolombia

a breve pubblicheremo, per la saga “traduzioni”, un articolo sul tema

9 03 2008
No à la guerra - 1 « diario dalla colombia

[…] attesa di continuare il discorso sospeso dall’articolo precedente, ci piaceva l’idea di seguire traducendo alcuni contributi tratti da Indymedia…Il primo, a firma collettiva “Anarchici ed […]

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